Introduzione
Benvenuti al Museo Diocesano di Pavia. Dall’11 al 26 aprile 2026 sarà possibile visitare la mostra temporanea La felicità possibile, a cura di Giosuè Allegrini e Filippo Moretti.
La mostra viene promossa dall’Associazione Culturale Convivio, ospitata dal Museo Diocesano di Pavia, con il patrocinio e della Diocesi di Pavia e dell’Università di Pavia. Le opere esposte provengono dalla Collezione d’arte contemporanea del Collegio Fratelli Cairoli, da fabbricapoggi, dalla Fondazione Frate Sole, e alcune fanno parte dell’esposizione permanente del Museo Diocesano di Pavia. Sono inoltre presenti quattro contributi fotografici a firma di Fabio Muzzi e quattro video messi gentilmente a disposizione dall’Ospedale Isola Tiberina - Gemelli Isola e facenti parte del progetto Arte e Cura all’Ospedale Isola Tiberina curato dal Prof. Vincenzo Valentini.
Questa esposizione propone opere di artisti del Novecento e invita a riflettere su un tema centrale per la vita umana: la felicità. La domanda che guida l’intera mostra è semplice ma profonda: come si può diventare felici?
La felicità possibile chiude un trittico di mostre inaugurate nel 2024. La prima, L’epoca fragile?, ha riscoperto la fragilità dell’uomo come tratto essenziale dell’umanità. La seconda, La cura dell’uomo, ha esplorato modi per prendersi cura, insieme, delle ferite e delle debolezze umane, per rinascere a vita nuova.
In questa mostra, La felicità possibile, le opere esposte propongono un percorso in cinque tappe, attraverso cui la nostra umanità fragile, sottoposta all’arte della cura, può conoscere la felicità.
Le cinque stazioni sono: Medicina, Etica, Politica, Teoretica ed Estetica.
Appare infatti impossibile un’autentica felicità senza:
- la cura del corpo e della mente, attraverso un’attenzione integrale alla persona, al centro della prima sezione, Medicina;
- la formazione delle virtù (Prudentia, Fortitudo, Iustitia e Temperantia) e delle disposizioni di vita buona (dono e perdono), che guidano le nostre azioni e scelte quotidiane, al centro della seconda sezione, Etica;
- la responsabilità verso l’altro, l’accoglienza, la generosità e la solidarietà, nella cura autentica dei rapporti tra le persone all’interno delle nostre comunità, al centro della terza sezione, Politica;
- l’orientamento del pensiero verso le grandi domande di senso, per comprendere le origini, il destino e il significato della nostra vita, al centro della quarta sezione, Teoretica;
- l’esperienza del bello, capace di donare pienezza, dignità e vera felicità, al centro della quinta e ultima sezione, Estetica.
In questo itinerario, l’arte diventa guida e compagna: ogni opera esposta ci accompagna nella scoperta della felicità come postura di vita buona, invitandoci a riflettere e a sentire ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Vi invitiamo a percorrere questo viaggio e a lasciarvi ispirare dalle opere, per esplorare con occhi nuovi il percorso verso la felicità possibile.
Potete scorrere la pagina e visualizzare in progressione un'anteprima delle opere esposte, leggere una breve descrizione e ascoltare l'audio.
Attraverso i link proposti di seguito potete andare direttamente alla sezione o all'opera che vi interessa.
MEDICINA
1) Hans Clavin, Automa, 1979, collage su carta
La mostra si apre con la sezione Medicina. Cinque opere mostrano l’importanza, per vivere una vita felice, della cura integrale della persona, intesa come attenzione al proprio corpo e alla propria mente, cioè alla complessa unità psico-fisica che ciascuno di noi rappresenta, unità che rimane per noi sempre aperta e sorprendente e che il progresso tecnico-scientifico, per quanto faccia dei passi avanti, non potrà spiegare integralmente e totalmente.
La prima opera che presentiamo è Automa di Hans Clavin. Si tratta di un collage che si inserisce nella poetica visiva di Clavin, artista olandese tra i pionieri della poesia concreta e visiva. Nel collage, elementi grafici, tipografici e figurativi si combinano in un assemblaggio non narrativo, invitando lo spettatore a scoprire connessioni inattese e significati latenti.
Dall’opera nasce una provocazione: l’uomo è davvero una macchina, un semplice insieme di ingranaggi, o è qualcosa di più complesso che non può essere ridotto alle sue funzioni fisiche e biologiche?
Riconoscere che siamo un’unità di corpo e mente complessa e non riducibile alle mere leggi della biologia e al discorso oggettivo che le scienze producono, certamente illuminate ma mai pienamente esaustivo, è il primo passo che consente alla medicina di proporre una cura davvero integrale della persona, nel suo corpo e nella sua mente, nella piena consapevolezza di tutte le sue effettive capacità e, al tempo stesso, dei suoi limiti.
In questa prospettiva, la persona rimane sempre un mistero, mai completamente conoscibile attraverso il solo sapere scientifico, che resta però indispensabile per sviluppare un’autentica arte della felicità.
2) Luisa Pagano, Io, 1960 circa, smalti su ceramica
La seconda opera di questa esposizione temporanea è una ceramica dell’artista Luisa Pagano, intitolata Io, che concentra la nostra attenzione sulla corporeità, il primo elemento che costituisce la nostra persona.
Questo lavoro sorprendente dimostra come anche la ceramica possa essere una forma d’arte capace di stimolare la riflessione.
Il corpo femminile rappresentato dall’artista è quello di Eva, la nostra progenitrice, colta nel momento in cui mangia il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, prima della caduta (Genesi 3). È il corpo originario e incontaminato, potremmo dire in perfetta salute, prima che nel mondo entrassero il dolore e la sofferenza e che anche l’essere umano ne fosse toccato.
La raffigurazione ci aiuta a comprendere che, in fondo, ciò che siamo essenzialmente è proprio questo: un corpo in movimento, attraverso il quale possiamo interagire con il mondo, entrare in relazione con gli altri e vivere esperienze comunitarie.
Come ogni macchina complessa, però, il corpo è soggetto al dolore e alla fragilità. Per questo motivo, data la sua importanza, è necessario prendersene cura con delicatezza e con sapienza, mantenendolo, per quanto possibile, integro e funzionante.
La ceramica di Luisa Pagano, con la sua materia plasmata e trasformata dal fuoco, diventa così plasticamente metafora proprio di questa cura della materia cui siamo chiamati: il corpo umano, fragile ma resistente, richiede attenzione e rispetto, proprio come quelli che l’artista dimostra quanto realizza queste delicate opere.
Non ci poteva dunque essere opera migliore per porre tale problema: Io ci invita a riflettere sull’importanza dell’arte della cura, che la medicina ci offre come strumento essenziale per sostenere la nostra vita e garantirci la salute, e dunque la felicità.
3) Xante Battaglia, Pittura liberata (Volto), 1987, olio su tela incisa
L’itinerario prosegue con un’opera del maestro Xante Battaglia, intitolata Pittura liberata (Volto), del 1987. Si tratta di un olio su tela incisa.
In quest’opera, l’artista sembra riportarci alla nostra dimensione interiore, raccontandocela con intensità. Il volto dell’uomo che si intravede nell’opera è liberato dalla sua forma apparente, armoniosa e ordinata: squarciato il velo delle apparenze, emerge la vitalità interiore della mente, colta attraverso il racconto di emozioni contrastanti e di passioni, anche spesso violente, che ci abitano. Ne nasce un’immagine inquieta e complessa, dinamica piuttosto che statica, lontana da ogni idea di perfetta stabilità.
L’uomo, infatti, non è solo corpo: è anche emozioni, sentimenti e vita interiore, ricca, articolata e viva. Dentro ciascuno di noi possono abitare pulsioni forti e talvolta violente, conflitti e passioni profonde.
Questa dimensione si manifesta nel gesto energico della stesura del colore, nei tratti materici, nel taglio della tela, nel vigore e nella forza espressiva dell’opera stessa. L’arte di Battaglia racconta e offre plasticamente l’intensità della vita interiore dell’uomo, rendendo visibile ciò che di solito è perlopiù nascosto.
La provocazione che raccogliamo da quest’opera è chiara: prendersi cura dell’uomo significa anche prendersi cura della sua vita interiore, della ricchezza e della complessità della mente, in un autentico gesto di attenzione verso l’intera persona.
Questa cura della vita interiore ha assunto, all’interno delle scienze mediche, il nome di psicologia e di psichiatria.
4) Pablo Picasso, Rembrandt à la Palette, III edizione, 282/300, 1934, acquaforte
La quarta opera che presentiamo è Pablo Picasso, Rembrandt à la Palette, acquaforte del 1934, eseguita in una tiratura numerata (III edizione, 282/300). Si tratta di un’importante stampa facente parte della celebre Suite Vollard, una serie di incisioni che Picasso realizzò tra il 1930 e il 1937 esplorando il linguaggio della figura umana e dell’artista stesso.
In questa acquaforte Picasso evoca la figura di Rembrandt, uno dei più grandi maestri dell’arte europea, interpretandola secondo il proprio linguaggio visivo: il volto del pittore, come potete osservare, è tratteggiato da Picasso con segni incisivi, con linee decise e contrasti intensi, che ne esaltano la presenza come quella di un artista in piena ricerca.
L’opera non è una semplice riproduzione di un ritratto classico: Picasso attinge alla memoria dell’arte rinascimentale e barocca per riflettere sul ruolo dell’artista e sulla profondità dell’esperienza umana, rendendo visibile ciò che concerne l’interiorità, le emozioni e la forza creativa. La figura di Rembrandt qui non è solo rappresentata, ma è reinterpretata, trasformata in un segno incisivo che restituisce l’idea di una persona immersa nel proprio mondo interiore e creativo.
Diventa così l’occasione per porre alcune domande fondamentali: chi è l’artista? Che cosa fa costui? E, sopratutto, qual è la sua vita interiore?
Così come nell’opera di Battaglia abbiamo visto l’espressione delle pulsioni e delle passioni interiori dell’uomo, anche in Rembrandt à la Palette la grafica incisiva — fatta di linee nette, superfici scure e luce trattenuta — ci richiama all’importanza di riconoscere e prendersi cura di quella dimensione profonda dell’animo umano che vive oltre il corpo e che è al centro, come l’opera di Picasso sembra suggerirci, dell’esperienza esistenziale e creativa.
Preparandoci così a quanto avremo modo di vedere tra poco all’interno della prima sala immersiva, che presenta un progetto a cura del Policlinico Gemelli di Roma, si fa spazio l’idea che forse l’arte, come veicolo conoscitivo dell’umano, possa essere una preziosa alleata della medicina. In certi casi e in determinate situazioni, l’arte può davvero favorire non solo la conoscenza della complessità della vita interiore di cui psicologia e psichiatria sono chiamate a farsi carico, ma anche diventare un mezzo potente che, se ben utilizzato, può trasformarsi in una vera e propria terapia.
5) Arte e Cura all’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola
Entrando in questa sala, non siete semplicemente spettatori: siete invitati ad abitare uno spazio.
Un paesaggio vi accoglie, vi avvolge, vi sospende. La natura, con i suoi ritmi, le sue luci, le sue profondità, si offre come esperienza viva, capace di parlare direttamente alla sensibilità più intima.
Accanto a questo, scorrono le immagini delle opere di Lorenzo Fonda.
Due linguaggi diversi, quello della natura e quello della pittura, ma una sola esperienza: l’immersione.
Le opere di Fonda nascono da una vita attraversata dalla frattura e dalla ricerca. Medico e artista, esule fin dall’infanzia, egli porta sulla tela una umanità in tensione, segnata ma mai chiusa. I suoi richiami non sono evocazioni lontane, ma figure interiori: immagini dell’uomo che attraversa il limite, che cade, che cerca, che riprende il cammino.
I suoi colori sono intensi, a tratti drammatici, ma sempre aperti. Come se ogni scena contenesse, insieme alla ferita, anche una possibilità.
In questa sala, il dialogo tra natura e arte diventa esperienza unitaria.
Il paesaggio naturale e le opere di Fonda si equivalgono: entrambi sono spazi di attraversamento, entrambi parlano alla stessa dimensione profonda dell’essere umano.
Questa esperienza richiama quanto oggi avviene nei percorsi di cura oncologica dell’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola, dove l’arte, la natura e le tecnologie immersive sono integrate nei luoghi della terapia. Non come elemento decorativo, ma come parte della cura.
La malattia oncologica irrompe spesso come un “terremoto esistenziale”, capace di spezzare la continuità della vita, di mettere in discussione identità, relazioni e futuro.
Di fronte a questa frattura, l’esperienza immersiva diventa uno spazio altro: uno spazio in cui il paziente può sostare, respirare, ritrovare una distanza dal dolore senza negarlo.
L’arte e la natura, in questo contesto, non distraggono: attivano.
Attivano risorse interiori, memoria, immaginazione, desiderio, relazione.
Riattivano la capacità di sentire, di riconoscersi, di aprirsi nuovamente al mondo.
Come evidenziato nei percorsi più avanzati di integrazione tra medicina e humanities, questi ambienti immersivi favoriscono una riorganizzazione del vissuto, aiutando la persona a ricostruire una narrazione di sé che non sia interrotta dalla malattia, ma trasformata attraverso di essa.
In questo senso, la bellezza non è un lusso, ma una funzione.
Non è qualcosa che si aggiunge alla cura, ma qualcosa che la rende più profonda.
Qui, dentro questa esperienza, accade qualcosa di decisivo:
la paura non scompare, la sofferenza non viene cancellata, ma entrambe possono essere attraversate in modo diverso. Possono essere contenute, riconosciute, e lentamente trasformate.
È in questo passaggio che emerge una nuova consapevolezza:
che anche dentro la fragilità può nascere una forma di bellezza.
Ma questa bellezza non è semplicemente estetica, né individuale.
È una bellezza che prende forma come relazione.
È una nuova relazione con sé stessi, più vera, più essenziale, capace di accogliere anche la propria vulnerabilità.
Ed è una nuova relazione con gli altri, che non si fonda più solo sull’efficienza o sulla forza, ma sulla condivisione, sulla presenza, sul riconoscimento reciproco e che approfondisce e definisce la relazione con sé, trasformandola in un ‘noi’
È qui che si intravede un compimento possibile:
non il ritorno a ciò che si era prima, ma l’emergere di un modo nuovo di abitare l’oggi, dentro la propria storia, così com’è.
Le opere di Lorenzo Fonda, insieme al paesaggio che vi circonda, non offrono risposte definitive. Offrono piuttosto uno spazio in cui questa trasformazione può accadere.
E forse è proprio in questo spazio, tra arte e natura, tra limite e desiderio, che la vita – anche quando ferita – può ritrovare una forma piena, capace ancora di senso, di relazione e di bellezza possibile.
ETICA
6) Costantino Ruggeri, Questa mostra ti riguarda, 1956, tecnica mista
Passiamo ora alla seconda sezione della mostra: Etica.
Al centro di questa tappa c’è l’importanza delle virtù, oggi purtroppo spesso dimenticate, senza le quali l’umanità appassisce e muore. Attraverso le opere, possiamo comprendere che le virtù non sono astratte, ma profondamente concrete: esse sono il nome e il volto di un’umanità primaverile, che fiorisce, vive pienamente e bene, di un’umanità cioè compiuta e felice.
La prima opera che presentiamo proviene dall’artista Costantino Ruggeri, gentilmente concessa dalla Fondazione Frate Sole, che custodisce e valorizza a Pavia l’intero patrimonio dell’artista. Si tratta di un volto di donna, realizzato nel 1956, che sta prendendo forma, che sta emergendo dal buio alla luce, che sta cioè affiorando alla vita.
La domanda che quest’opera ci pone è profonda: quando nasciamo davvero alla vita? Secondo l’insegnamento dell’artista, ciò accade quando, lavorando su di noi, ci disponiamo alle disposizioni di vita buona, alle virtù, che fanno fiorire l’esistenza. Quando iniziamo a prenderci cura di noi stessi, a educarci alla virtù, allora possiamo diventare uomini e donne compiuti, consistenti, e dunque felici.
Questo lavoro, tuttavia, è infinito: richiede uno sforzo quotidiano, mai concluso, sempre aperto. L’invito che ci rivolge Costantino Ruggeri è chiaro: lavorare su di noi ogni giorno, per disporci alla virtù, per dare forma al sé e accedere pienamente alla vita.
L’opera, originariamente lasciata dall’artista, è stata volutamente, d’intesa con la Fondazione Frate Sole, ribattezzata Questa mostra ti riguarda, perché, facendo insieme questo percorso, ciascuno di noi si ritrova in fondo, come quel volto, in cui i nostri si rispecchiano, a lavorare su di sé per diventare pienamente umano. La mostra diventa così, obbligati a guardarci interiormente, uno spazio per riflettere e agire, per crescere e fiorire nella vita e nelle virtù.
7) Zefferino Vescovo, I sette peccati capitali, inizi del ‘900, incisione su legno
La seconda opera di questa sezione è una pregiabile incisione su legno, realizzata da Zefferino Vescovo agli inizi del ‘900 e appartenente alla collezione privata di fabbricapoggi. L’opera rappresenta magistralmente i sette vizi capitali, noti con l’acronimo SALIGIA: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia.
L’artista ci mostra con veemenza come queste disposizioni distruggano l’uomo invece di costruirlo. Nei volti e nelle pose dei sette uomini che incarnano i sette vizi— bocche aperte, volti sconvolti, pose agitate — si coglie tutto il dramma di essere prigionieri di queste inclinazioni. L’osservatore percepisce chiaramente la violenza interiore, la confusione e il tormento che ogni vizio porta con sé, come se le passioni disordinate consumassero l’animo dall’interno. Esse dissolvono l’esistenza quotidiana, impedendo di vivere pienamente e felicemente, e ci mostrano la concretezza dei vizi, il loro impatto reale e annichilente sulla vita, la loro potenza trasformativa negativa, che rende l’uomo un essere incompleto e sofferente.
Questa rappresentazione ci invita a guardare con attenzione a noi stessi, a riflettere sulle inclinazioni più deteriori, più rovinose e disumanizzanti che ci abitano e sul modo in cui, se lasciate incontrollate, possano compromettere la nostra integrità e la nostra felicità. I vizi, seppur illusoriamente capaci di promettere piacere o soddisfazione, in realtà ci rendono ciò che vediamo davanti ai nostri occhi: uomini tristi, incompiuti, disperati e dissolti nella loro umanità.
L’opera diventa così non solo una raffigurazione morale, ma anche una lezione visiva potente, che ci ricorda quanto sia essenziale coltivare la consapevolezza di sé, l’autocontrollo e la virtù, per non essere sopraffatti dalle pulsioni che minacciano di annientare la nostra vita interiore e di impedire la realizzazione di un’esistenza piena e felice.
8) Matteo Domenico Borioli, Le quattro virtù cardinali e le tre virtù teologali, 2026, Vernice su tela
Di contro a quanto abbiamo appena visto, le opere cui ci troviamo ora dinanzi di Matteo Domenico Borioli, noto artista pavese attivo nel campo della Pop Art, ci presentano, in una forma artistica per lui innovativa, ciò che invece fa fiorire la vita e la conduce a compimento. Entrano dunque in scena, immerse in uno spazio di pura luce, le quattro virtù cardinali e le tre virtù teologali.
Le virtù cardinali rappresentano, per l’appunto, i cardini o le fondamenta dell’agire umano: se Prudentia è infatti la capacità di discernere il bene dal male, Fortitudo è la forza di perseverare nella direzione del bene anche nelle difficoltà. Iustitia altro non è che l’affermazione del bene e il contrasto del male, e, infine, Temperantia è la capacità di misura e di armonia in tutto ciò che si compie.
Queste disposizioni interiori sono ciò che illumina la vita umana, rendendola stabile, armonica e capace di realizzarsi pienamente. Non a caso, le figure emergono su uno sfondo aureo e luminoso: è il segno visivo di una vita che, grazie alla virtù, trova ordine, equilibrio e pienezza.
A queste si aggiungono le virtù teologali: Fides, Spes, Caritas. Esse indicano l’apertura all’Altro e alla Trascendenza, la tensione dell’uomo verso ciò che lo supera e lo fonda. La fede orienta lo sguardo, la speranza sostiene il cammino, la carità realizza l’incontro: insieme, esse costituiscono il cuore vivo di un’esistenza pienamente compiuta all’ombra dell’eterno, nel rapporto con il divino.
Osservandole attentamente da un’altra angolazione, però, e ci piace poter insistere in questa mostra su questo aspetto, le immagini raffiguranti le tre virtù teologali ci incitano implicitamente anche a cogliere l’importanza e il valore dell’apertura agli altri, della fiducia in essi, della speranza e della relazione come cifre di una vita autenticamente compiuta nei rapporti tra uomini. Ed è proprio attraverso questa apertura che la vita si rende piena e, in definitiva, felice.
In questo senso, le opere di Borioli mostrano come la felicità non sia un dato immediato o spontaneo, ma il frutto di un lavoro su di sé, di un cammino che coinvolge la libertà, la responsabilità e la relazione. Le virtù non sono concetti astratti, ma forme concrete di vita, che costruiscono l’uomo, lo rendono saldo, aperto e capace di comunione.
Dopo la visione drammatica dei vizi, qui si apre uno scenario opposto: le virtù non imprigionano, ma liberano, non dissolvono, ma edificano, non oscurano, ma illuminano. Esse rappresentano la possibilità reale di una vita buona, piena e felice, invitando ciascuno di noi a interrogarsi sul proprio cammino e sul modo in cui, giorno dopo giorno, può dare forma alla propria umanità.
9) Scuola di Giulio Cesare Procaccini, Gesù Cristo guarisce il cieco nato, prima metà del XVII secolo, olio su tela
Come chiusura di questa seconda tappa della mostra, vi proponiamo ora due opere della prima metà del XVII secolo, appartenenti alla Scuola di Giulio Cesare Procaccini: Gesù Cristo guarisce il cieco nato e Gesù Cristo e l’adultera, entrambe parte della collezione permanente del Museo Diocesano di Pavia.
Giulio Cesare Procaccini, attivo tra Milano e l’area lombarda nei primi decenni del Seicento, è una figura centrale della pittura barocca nell’Italia settentrionale. La sua influenza si estese anche nel territorio pavese, dove la sua scuola contribuì a diffondere un linguaggio pittorico intenso, capace di unire drammaticità, devozione e partecipazione emotiva.
Al centro del primo dipinto si trova il tema del dono. L’occasione per portare in scena questa dimensione è il noto episodio evangelico del cieco nato, narrato nel Vangelo di Giovanni (Gv 9,1-41).
La scena mostra Cristo nell’atto di restituire la vista a un uomo cieco dalla nascita, mentre attorno si raccolgono figure che osservano, si interrogano, e talvolta dubitano: il gesto è semplice ma carico di significato. Il miracolo non è soltanto fisico, ma profondamente simbolico: è il passaggio dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza, dalla chiusura all’apertura alla verità.
Questo episodio altamente significativo ci suggerisce dunque, tramite il gesto di Gesù, che il dono, inteso come attenzione e dedizione all’altro, è qualcosa che, arrivando inaspettatamente, è in grado di trasformarci e riaprirci alla vita, rigenerandoci. Esso ci fa comprendere che solo insieme, con e grazie all’aiuto disinteressato che ci proviene dagli altri, è possibile vivere una vita piena; diversamente, l’esistenza rischia di diventare isolata, buia e quasi infernale. Esattamente come accade al cieco, che solo grazie all’intervento di un altro, Gesù, può tornare a vivere, ad abitare la luce, a essere pertanto veramente vivo.
È dunque nella relazione che la vita si fa primaverile. Il primo segno autentico che la relazione costituisce la nostra stessa esistenza, che solo con gli altri noi siamo, è proprio il dono, che porta con sé apertura, gratuità e possibilità di rinascita.
10) Scuola di Giulio Cesare Procaccini, Gesù Cristo e l’adultera, prima metà del XVII secolo, olio su tela
Nella seconda opera che vi proponiamo, sempre della Scuola di Giulio Cesare Procaccini, questa volta al centro della scena c’è il perdono.
Se la vita, per essere autentica e compiuta, ha bisogno di rifuggire quei vizi che la distruggono e di fondarsi, al contrario, su quelle virtù che la vivificano, disponendosi all’arte del dono come arte dell’incontro e della relazione che compie, è anche vero che, per essere davvero realizzata, essa necessita di un altro gesto fondamentale: il perdono.
Ma di che cosa si tratta? Il quadro che avete dinanzi, provando a rispondere a questa domanda, porta in scena l’episodio evangelico dell’adultera, narrato nel Vangelo di Giovanni (Gv 8,1-11).
Il perdono si presenta qui come una possibilità di rinascita autentica allorquando, a seguito di una frattura tra due persone, la relazione viene compromessa e, giunta al punto di spezzarsi per sempre, viene in realtà riattivata. Esso non consiste nell’eliminare quanto è accaduto, ma nel cessare di imputare all’altro l’effetto negativo dell’atto compiuto, interrompendo così la logica della colpa che renderebbe il gesto imperdonabile e chiuderebbe, di conseguenza, per sempre ogni possibilità di relazione.
Attraverso il perdono, quindi, si riattivano la comunicazione e il dialogo: ciò che era spezzato può tornare a vivere. La relazione, pur ferita, diventa nuovamente possibile, aperta al futuro, al nuovo, alla rinascita.
Il perdono, ancora più del dono, è dunque ciò che ci permette di abitare pienamente la relazione, che è la nostra stessa vita, anche quando essa attraversa momenti di difficoltà, è segnata dal tradimento o sembra, a un primo sguardo, destinata a finire per sempre.
POLITICA
11) Giansisto Gasparini, Grande parlatore, 1958, olio su tela
Entriamo ora nella terza sezione della mostra: Politica.
Una vita davvero felice è possibile solo nella misura in cui ci prendiamo cura della nostra persona, del nostro corpo e della nostra mente, mantenendoli in salute, e nella misura in cui coltiviamo la nostra interiorità, disponendoci a quelle virtù e a quei gesti — come il dono e il perdono — che ci permettono di abitare pienamente la relazione e di diventare autenticamente consistenti.
Eppure, tutto questo non basta. È infatti necessario qualcosa di ulteriore, proseguendo proprio nella direzione della relazione, dell’attenzione e della disponibilità verso l’altro. Questo qualcosa in più può essere sintetizzato in parole come responsabilità, accoglienza, solidarietà, generosità, pluralismo, dialogo interculturale e dialogo interreligioso.
La domanda che ora emerge è dunque: chi è chiamato a farsi carico di queste esigenze? La risposta è la politica, il cui compito è proprio quello di custodire e promuovere virtuosamente l’arte della relazione tra gli individui all’interno della società.
La buona politica è quella che educa all’incontro, che favorisce l’apertura all’altro, che garantisce la convivenza tra le differenze e che, mettendole in dialogo, genera ricchezza e vitalità. È una politica che si fa carico delle esigenze di ciascuno, che non lascia indietro nessuno e che si pone realmente al servizio del bene comune.
Ma la politica di oggi è davvero questo?
A porci questa domanda è l’opera che avete davanti appartenente alla collezione privata fabbricapoggi, Il grande parlatore (1958) di Giansisto Gasparini. L’artista, originario di Casteggio, è stato particolarmente sensibile alle tematiche sociali: molte sue opere si ispirano al mondo operaio e contadino e si collocano nel solco del realismo esistenziale, attento alla condizione concreta dell’uomo.
Il messaggio politico e sociale dell’opera è evidente.
Il “grande parlatore”, verosimilmente un uomo politico, è colto nell’atto di tenere un discorso. Tuttavia, lo spazio buio e cupo in cui si trova, la posa scomposta e agitata, e il fatto che sia ritratto di spalle, proiettando quasi un’ombra, introducono un elemento di ambiguità e di sospetto.
Nasce così una domanda inquieta: quest’uomo sta davvero parlando alla folla perché è al servizio degli altri, perché desidera costruire una società migliore, praticando l’arte della buona politica? Oppure è soltanto alla ricerca di consenso, mosso da un interesse autoreferenziale, preoccupato più della propria ascesa al potere che del bene comune?
L’opera non offre una risposta definitiva, ma ci costringe a interrogarci. Ci invita a riflettere su quale politica vogliamo e su quale responsabilità ciascuno di noi ha nel costruire una società più giusta, aperta e autenticamente umana.
12) Alessandro Stenico, Politico (Il Grillo parlante), 1975, incisione
Ad aumentare ulteriormente il dubbio che Giansisto Gasparini ha insinuato in noi è ora quest’opera di Alessandro Stenico, Politico (Il Grillo parlante), del 1975.
Il riferimento al “Grillo parlante” rimanda immediatamente alla figura della coscienza, resa celebre dal personaggio della tradizione letteraria che accompagna e richiama l’uomo alla responsabilità delle proprie azioni, indirizzando verso un buon agire. Tuttavia, in questa rappresentazione, tale figura sembra assumere un significato ambiguo e quasi rovesciato.
Il politico qui raffigurato, il cui volto, segnato da un inquietante ghigno, terrorizza piuttosto che tranquillizzare, non appare come una guida autentica, capace cioè di orientare verso il bene comune, sembra piuttosto una voce insistente, forse invadente, che parla molto ma dice poco, che occupa lo spazio pubblico senza necessariamente prendersi cura della verità e delle reali esigenze degli altri.
L’opera sembra così offrirci una riflessione critica sulla mala politica: una politica che si riduce a parola vuota, a retorica, a ricerca di consenso più che di giustizia; una politica, ormai perversa e corrotta nel profondo, che smarrisce la propria funzione originaria di servizio e si ripiega su logiche autoreferenziali.
Il politico non è più indirizzato dalla retta coscienza al ben agire; egli, al contrario, ormai corrotto, sembra unicamente guidato da una voce interiore che lo sprona a simulare l’interesse per la comunità che guida e che lo invita caldamente a ricercare e ad esercitare il potere egoisticamente, e cioè unicamente a vantaggio die propri interessi personali.
Il “grillo parlante”, da simbolo della coscienza morale che indirizza al buona gire, si trasforma così in simbolo della coscienza pervertita, in una presenza cioè che non guida più, ma confonde, che non illumina, ma distrae dal bene.
L’opera ci invita dunque a interrogarci ancora più radicalmente: la voce del polittico oggi è davvero una voce guidata dalla retta coscienza, capace ovvero di orientare e costruire il bene comune, oppure è diventata un suono continuo, privo di direzione e di responsabilità, del tutto autorefenziale?
In questo senso, il dubbio si intensifica: la politica può essere luogo di costruzione della felicità condivisa, ma solo a condizione che ritrovi la propria autenticità, tornando a essere servizio, responsabilità e cura disinteressata delle relazioni tra gli uomini.
13) Fabio Muzzi, Abbraccio di mani e Parto, 2026, stampa fotografica
A mostrarci invece, senza alcun dubbio, che cosa sia la buona politica, sono due dittici del fotografo Fabio Muzzi, realizzati in occasione di un viaggio in Uganda, in particolare a Kyamuhunga, nei luoghi dell’attività missionaria avviata da padre Paolillo.
Si tratta di un vero e proprio reportage fotografico, che restituisce con forza e concretezza il significato di parole come solidarietà, generosità, accoglienza, disponibilità all’ascolto, dialogo, incontro e pluralismo. In queste terre, tali valori non sono semplici ideali astratti, ma realtà vissute quotidianamente: lo si percepisce chiaramente negli scatti di Muzzi, che mostrano visivamente come, laddove queste disposizioni si incarnano davvero, la vita possa diventare autenticamente felice, come appare chiaramente dai volti e delle posture dei diversi soggetti ritratti.
Nei primi due scatti che presentiamo è possibile osservare due immagini particolarmente significative: un intreccio di mani e un parto.
Il primo scatto ci riporta al tema dell’inclusione e dell’accoglienza. Non è comprensibile come il semplice colore della pelle possa generare divisione e violenza: qui, invece, una mano bianca, unica, e le mani di molti bambini neri si incontrano e si fondono in un unico gesto di fratellanza, capace di superare ogni barriera. L’immagine diventa così simbolo concreto di una politica che unisce, che accoglie e che riconosce nell’altro non una minaccia, ma una ricchezza.
Il secondo scatto invita invece a riflettere sulla responsabilità verso l’altro e sulla solidarietà. Da una parte la piccolezza e la vulnerabilità del neonato, dall’altra la forza di un grido che non si sente, ma si percepisce profondamente. È il segno di una vita che nasce e che, fin dal primo istante, chiede cura, attenzione, presenza, che è nostro dovere, proprio in quanto uomini, per non perder l’umanità che è in noi, assicurare.
In queste immagini si rende dunque visibile ciò che la buona politica è chiamata a essere: cura concreta della vita, attenzione ai più fragili, costruzione di relazioni autentiche. Non parole vuote, ma gesti reali, capaci di generare comunità e di rendere la vita, davvero, degna di essere vissuta.
14) Fabio Muzzi, Studenti percorrono strada e Volto con sguardo, 2026, stampa fotografica
Nel secondo dittico entrano in scena altre parole imprescindibili per un’umanità davvero felice: semplicità, spensieratezza e libertà.
Il primo scatto, intitolato Studenti percorrono strada, ci mostra un gruppo di bambini con e senza scarpe, con e senza cartella, con qualcosa e quasi senza alcunché. Ciò che emerge con forza, nonostante la manifesta povertà, è la spensieratezza, presente ovunque. Questa immagine ci riporta a una dimensione originaria della vita, semplice, pura, incontaminata, libera da quelle logiche proprie delle società più ricche e tecnologicamente avanzate che danno valore unicamente a quegli stili di vita fondati sulla ricchezza, sull’apparenza, sull’importanza dei ruoli e delle funzioni sociali, a volte perfino sulla simulazione, che in realtà corrompono e snaturano l’esistenza. Qui, invece, la vita appare nella sua ricchezza ed autenticità più profonda, e proprio per questo si mostra capace di felicità.
Il secondo scatto, Volto con sguardo, si concentra invece su un’espressione intensa e penetrante. Quello sguardo, impenetrabile e indefinibile, sembra attraversare chi osserva, non lasciando indifferente neppure un istante: è uno sguardo che resta, che si porta con sé. Esso riprende e approfondisce il tema della semplicità e dell’immediatezza della vita, mostrando come queste siano anche manifestazione di una libertà autentica, che quando si dà rende l’uomo davvero umano, al riparo da logiche artificiali e disumanizzanti.
Il reportage fotografico di Fabio Muzzi comprende altre ventisei immagini, che approfondiscono ulteriormente questi temi, visitabili, parallelamente a questa mostra, presso il Collegio Fratelli Cairoli di Pavia. Vi invitiamo a prendere attentamente visione di queste ulteriori opere per potervi immergere ancora più a fondo in questo straordinario e potente percorso visivo.
15) Ben Vautier, Personne n’est innocent, 10/10, 1995, stampa su tela
A chiudere questa sezione è un’opera monumentale di Ben Vautier, Personne n’est innocent, del 1995.
Ben Vautier è un artista francese tra i più importanti esponenti del movimento artistico Fluxus e dell’arte concettuale europea: le sue opere, spesso minimaliste e testuali, mettono in discussione convenzioni sociali, morali e artistiche, stimolando così la riflessione critica.
L’opera è estremamente semplice nella forma: su uno sfondo nero campeggia una scritta bianca, “Personne n’est innocent”, ovvero “Nessuno è innocente”. Questa frase diventa la cifra stessa dell’opera, il suo messaggio e la sua essenza.
Ma che cosa significa davvero? E che valore assume all’interno del nostro percorso?
L’affermazione ci ricorda che la politica è un’arte complessa, delicata e fragile. Il passaggio dalla buona alla mala politica può avvenire in un istante: anche chi è animato dai migliori intenti può, a volte, farsi fautore non del bene comune, ma dei propri interessi immediati.
L’opera ci invita quindi a vigilare attentamente, a controllare il nostro operato e le nostre scelte, affinché le migliori intenzioni e disposizioni non vengano tradite dalle opportunità di un momento, compromettendo l’arte della politica come vero servizio alla comunità.
In questo senso, la scritta di Vautier diventa monito e riflessione: nessuno è innocente, tutti noi possiamo infatti cadere vittima della seduzione del male e pervertire il nostro agire, passando dalla logica della relazione e del servizio a quella del solipsismo e della ricerca dell’esclusivo interesse perdonale. Occorre dunque vigilare costantemente su di sé e su gli altri per potere prevenire queste cadute e, laddove essere dovessero concretizzarsi, per riuscire a porvi prontamente rimedio. Tutti siamo allora responsabili, e la politica autentica richiede consapevolezza, impegno e costante cura delle relazioni tra le persone.
TEORETICA
16) Graziano Leonardelli, Il libro nero, 2007, scultura in legno smaltato
Questa sezione della mostra, Teoretica, invita a compiere un ulteriore passo nella direzione della felicità, mostrando come non sia possibile una vita autenticamente felice senza il coraggio di porsi e di abitare le domande fondamentali dell’esistenza umana.
Chi siamo? Da dove veniamo e dove andiamo? Siamo davvero liberi? Qual è, in definitiva, il senso della nostra vita?
Prendersi cura della propria mente significa, in fondo, sapersi prendere cura anche delle proprie idee, di queste domande fondamentali, provando a dare loro una risposta. Senza questo esercizio, la vita rischia di ridursi a un’esistenza priva di senso, dispersa, vuota e superficiale, e di conseguenza profondamente infelice.
La prima opera che incontriamo in questa sezione si presenta come una provocazione: un invito al pensiero critico e dialettico quale motore imprescindibile della vita, condizione necessaria per essere uomini davvero pensanti, consapevoli, e dunque veramente liberi e autenticamente umani.
Graziano Leonardelli, con la scultura del 2007 Libro nero, mette in scena un celebre pensiero di Franz Kafka, tratto da una lettera all’amico Oskar Pollak. L’opera sembra infatti tradurre visivamente e plasticamente il passaggio di quest’ultima in cui il pensatore tedesco riflette sul senso e sulla funzione della lettura:
«Credo che si dovrebbero leggere soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno sul cranio, perché mai lo leggiamo? Perché ci renda felici, come dici tu? Mio Dio, saremmo felici anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo, al bisogno, scriverli noi stessi. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci faccia molto male, come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come l’essere respinti nei boschi più lontani da tutti gli uomini, come un suicidio: un libro dev’essere l’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi».
Un libro davvero necessario non è quello che rassicura, ma quello che spezza le certezze, che inquieta e che solleva domande, che ci fa soffrire spezzando le apparenti certezze che avevano, disponendoci così davvero alla ricerca della verità. Proprio in questa inquietudine si attiva il pensiero critico e dialettico, una forza che stimola la ricerca e ci apre veramente e profondamente alle domande fondamentali.
E questo vale anche, e forse soprattutto, per l’arte, sembra suggerirci l’artista: quella che conta inquieta e che pone domande, le domande ultime, e aiuta a percorrere la ricerca verso una risposta.
A queste domande, forse, non troveremo però mai una risposta definitiva; tuttavia, nella ricerca stessa, qualche risposta sapremo comunque trovarla, anche se mai definitiva. Ed è proprio questo movimento — questo disporsi alla verità come ricerca — che consente all’esistenza umana di acquisire senso e di aprirsi a una forma autentica di felicità.
Leonardelli ci sprona dunque a non accontentarci di sopravvivere, ci invita bensì a vivere: per farlo, è però necessario porsi le domande ultime, non accontentarsi di risposte banali e superficiali, assumendoci il coraggio del dramma dell’autentica ricerca della verità come verità di una ricerca che, finché saremo vivi, sarà sempre aperta e letteralmente in-finita.
17) Gianni Dova, Composizione, 1964, litografia
L’artista dell’opera dinanzi a cui vi trovate, Gianni Dova, in questa litografia del 1964, Composizione, proveniente dalla collezione privata frabbicapoggi, raffigura, con il suo stile inconfondibile, visionario e sospeso tra figurazione e immaginazione, una creatura animale che sembra contemplare il cielo e la luna.
La ricerca artistica di Dova si muove infatti in una dimensione onirica e simbolica, in cui segni fluidi e figure ibride danno vita a universi sospesi, carichi di mistero. Le sue opere evocano mondi interiori e cosmici allo stesso tempo, invitando lo spettatore a superare il livello puramente visivo per accedere a una dimensione più profonda e interrogativa.
In questa immagine, l’animale rivolto verso l’alto diventa simbolo di una tensione originaria, di uno slancio verso ciò che supera l’immediato e il visibile. È una figura che osserva, che si interroga, che si apre al mistero.
L’artista, con questa opera, ci suggerisce che non possiamo veramente dirci umani se non ci mettiamo alla ricerca del fondamento, del principio di tutte le cose. Non siamo pienamente noi stessi se non ci interroghiamo sull’origine del tutto e, insieme, sulla nostra stessa natura, sul nostro posto nel mondo e nell’universo.
Da dove veniamo? Qual è la nostra origine?
Sono queste le domande che sentiamo risuonare in quest’opera: interrogativi essenziali, che attraversano il tempo e l’esperienza umana, e che continuano a interpellarci ogni volta che, come questa creatura, alziamo lo sguardo verso il cielo.
18) Giuseppe Frascaroli, Memento mori, 2012, olio su tela
Un’altra domanda fondamentale è: chi siamo? Qual è la nostra natura?
Ad aiutarci a rispondere a questo sfidante e arduo interrogativo è questa volta Giuseppe Frascaroli, con Memento Mori, un olio su tela del 2012.
L’artista, in una composizione barocca che riflette il suo gusto per l’analisi della natura nei suoi dettagli e nei particolari, ci mostra una scena di natura viva, rappresentata attraverso un ampio piatto pieno di frutti freschi, gustosi, lucenti e ricchi di colore, simboli di vitalità e bellezza.
Tuttavia, a ben vedere, tutto questo è segnato dalla contingenza, dal limite temporale e dalla fine: la parte relativa alla morte non è rappresentata direttamente, ma l’artista ce la fa intuire, suggerendo che, come i frutti appassiscono lentamente, la natura viva che vediamo si trasformerà inevitabilmente in una vera e propria natura morta, come si nota ponendo particolare attenzione al frutto marcescente caduto sul tavolo.
In questa opera sta tutta l’inattualità attualissima dell’arte di Frascaroli, che non a caso si esprime attraverso questo gesto barocco del tutto inattuale, capace di parlare al presente con forza e profondità, ripotando sulla scena dell’arte un tema oggi, purtroppo, poco trattato, la morte.
Questo, in fondo, è quanto siamo, ci prova l’artista: esseri viventi segnati dal limite dello spazio e del tempo, destinati, come quei frutti, alla morte, inesorabilmente.
Questa consapevolezza, quella di essere esseri mortali, ci svela la cifra della nostra natura umana. In un tempo in cui spesso sogniamo di poter essere come le macchine — immortali grazie alla potenza tecnico-scientifica — Frascaroli ci riporta alla nostra reale condizione di esseri contingenti, aiutandoci a comprendere la vera portata della vita e la preziosità di ogni momento.
19) Giansisto Gasparini, Il macellaio, 1958, olio su tela
Ad approfondire ulteriormente il tema della morte è Giansisto Gasparini con Il macellaio, un olio su tela del 1958, proveniente dalla collezione privata fabbricapoggi.
L’artista mette in scena questo drammatico problema attraverso la macellazione di un animale, che giace morto, squartato e appeso. I toni cupi e le figure appena accennate ci riportano ulteriormente alla precarietà della vita umana e alla morte come suo inevitabile destino, suggerendoci che, per quanto tutto questo desti in molti di noi orrore e terrore, non possiamo fare a meno di confrontarci con esso.
Attraverso questo confronto diretto con la morte, magistralmente raffigurata dall’artista attraverso la morte di un animale, riusciamo così a prendere coscienza della nostra condizione di esseri mortali e, attraverso questa consapevolezza, a comprendere autenticamente la nostra natura umana.
20) Giorgio De Chirico, Io sono l’Alfa e l’Omega, 1941, litografia
L’ultima opera che proponiamo nella sezione Teoretica è un pezzo di grande rilievo: Io sono l’Alfa e l’Omega, una litografia del 1941 di Giorgio de Chirico.
L’artista, che con profonda intelligenza e sensibilità si è dedicato all’illustrazione del Libro dell’Apocalisse, in quest’opera ci presenta Cristo come destino ultimo dell’umanità dopo la morte.
De Chirico ci invita così a chiederci: c’è qualcosa dopo la morte? Ci attende il nulla oppure l’essere? Finirà tutto con l’ultimo respiro oppure ci sarà un’altra vita che ci attende?
Qualunque sia la risposta che daremo, la domanda stessa diventa decisiva per ciascuno di noi e contribuisce a dare senso alle nostre vite, sollecitandoci a confrontarci con l’ignoto e a riflettere sul destino umano.
In quest’opera sta anche la straordinaria potenza dell’arte di De Chirico, capace di rendere visibile e tangibile ciò che sfugge alla percezione immediata: il mistero del tempo, della morte e del destino, attraverso immagini sospese e metaforiche che parlano direttamente all’animo e alla coscienza dello spettatore.
Si chiude così la quarta sezione della mostra, con la consapevolezza che una vita autenticamente felice è quella che si dispone alla ricerca delle risposte a quegli interrogativi senza i quali la vita cessa di avere senso e che ci impegna così a riflettere sinceramente e profondamente sulla nostra origine, sulla nostra natura e sul nostro destino.
Rispondere a queste domande significa essere veramente uomini, dare corso alla potenza del pensiero che è in noi, e affrontare le questioni che, volenti o nolenti, ci inquietano e ci segnano profondamente. Ignorare o eludere queste domande significa, in ultima analisi, condannarsi a una vita vuota, superficiale, a essere dunque solo apparentemente felici.
ESTETICA
21) Luigi Tola, L’universo è la forma della parola, 1948, tecnica mista e collage
La quinta e ultima sezione di questa esposizione temporanea è: Estetica.
Si tratta essenzialmente di una riflessione sull’arte come possibilità dell’esperienza di quella bellezza felicitante che non solo non ci lascia indifferenti, ma che, anzi, quando ne possiamo godere, è in grado di trasformarci nel profondo e di compierci.
Le opere di questa sezione, non a caso, sono esposte nella parte più preziosa del museo, l’Ottagono Bramantesco, uno spazio prezioso, nel cantiere infinito della cattedrale pavese che prese avvio nel 1488, realizzato secondo il progetto di Bramante.
Il primo pezzo che proponiamo è di Luigi Tola, L’universo è la forma della parola, del 1948.
L’arte del maestro, caratterizzata da una cifra verbovisuale unica, fonde segno, parola e immagine in un linguaggio capace di tradurre concetti profondi in forme visive e concettuali: ogni elemento nelle sue opere è al contempo simbolo, verbo e spazio interpretativo, invitando lo spettatore a leggere e a vivere l’opera come un vero atto di conoscenza e percezione.
Le frasi che l’artista inserisce nel quadro sono il senso dell’opera stessa: “L’universo è la forma della Parola / nella Parola si nasconde e si rivela la / forma di tutte le apparenze dell’universo / la parola è la creatrice dell’universo”.
Tola ci proietta direttamente nel cuore del tema che propiniamo in questa ultima sezione: la parola originaria che può far comprendere tutto è l’arte. È quella parola che l’artista porta in scena nelle sue opere, come in quella che avete davanti, e che è allusiva, incisiva, penetrante, trasformandosi in un tentativo poetico aperto di spiegazione e comprensione, per quanto possibile, dell’abissalità dell’essere e della forma dell’universo.
Allora sorge spontanea una domanda, che sembra provenire direttamente dal magistero di Tola: ci può forse essere data dall’arte la possibilità di connetterci all’originario, al senso profondo e ultimo del tutto, portandoci con la sua forma aperta e interrogante a ciò che in altra via ci sarebbe forse irrimediabilmente precluso?
È solo provando a rispondere a questa domanda che potremo comprendere perché non possiamo fare a meno dell’arte e perché la bellezza è quell’esperienza massimamente felicitante.
22) Alighiero Boetti, Il tesoro nascosto, 1988, serigrafia su tessuto
Ad insistere su questa importante domanda è Alighiero Boetti, con Il tesoro nascosto, una serigrafia su tessuto del 1988.
L’opera è composta da un tessuto prezioso su cui sono stampati, con raffinata precisione, motivi geometrici e simbolici che alludono a un ordine nascosto e misterioso che governa l’universo e la nostra esperienza. Le forme si dispongono in pattern ripetuti e calibrati, creando un senso di armonia ma allo stesso tempo di mistero, come se qualcosa ci sfuggisse continuamente, invitandoci a cercare oltre la superficie.
L’osservatore percepisce così la tensione tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto, tra il noto e l’ignoto, tra l’esperienza immediata e la ricerca di senso.
Il tesoro nascosto diventa così simbolo della conoscenza potenziale e della riflessione sul senso ultimo delle cose, un invito poetico a interrogarsi sull’originario e sul significato dell’esistenza, che solo l’arte ci può pienamente offrire, continuando così il percorso riflessivo aperto dalla precedente opera.
Il tesoro nascosto non è forse allora ciò cui ci conduce proprio l’arte?
23) Michelangelo Pistoletto, Frattali, 1999-2000, pennarello su specchio infranto
Michelangelo Pistoletto, con Frattali (1999-2000), utilizza un pennarello sulla superficie di uno specchio per creare un’opera davvero unica, che mira a farci comprendere l’armonia segreta che collega tutti gli enti all’interno dell’universo, che solo l’arte è in grado di rivelarci.
Il pennarello traccia una parte di un numero irrazionale, mentre lo specchio integra l’immagine dello spettatore e lo spazio circostante nell’opera, fondendo così sulla stessa superficie l’ordine matematico con la molteplicità caotica e apparentemente disordinata del mondo.
Guardando l’opera, ci capita allora, proprio grazie a questa associazione che l’artista realizza, di percepire l’armonia che in realtà esiste tra l’uomo, la natura e l’intero universo. Le cose, apparentemente slegate, entrano in scena in una nuova veste: tutte inserite in un ordine naturale preciso che le tiene insieme, mostrando come tutto sia intimamente interconnesso e razionale, anche ciò che inizialmente potrebbe non sembrare tale.
Proprio come le opere di Boetti o di Tola, Frattali ci invita a riflettere sull’origine, sul senso e sulla complessità della realtà, rivelandoci come l’arte possa farci vedere e comprendere ciò che normalmente sfugge alla percezione, ovvero ciò che, oltre ogni apparenza, tiene insieme armonicamente e ordinatamente il tutto.
In questo senso, l’opera diventa un’esperienza attiva, che ci riconnette con l’universo e con la bellezza che ci trasforma e ci compie.
24) Gino De Dominicis, I due immortali, anni 1984/1985, tecnica mista, pitto-scultura
La penultima opera della mostra è a firma di Gino De Dominicis, che, con I due immortali (1984/1985), realizza un pezzo in tecnica mista, a metà tra pittura e scultura.
Davanti a voi appare una figura che sembra giungere da un tempo che non conosciamo.
Osservate questo profilo: è alto, filiforme, quasi irreale. Ha un naso esageratamente lungo e spesso, un unico occhio centrale che ci fissa, richiamando il mito dei Ciclopi o le divinità dell’antica Sumeria.
Queste non sono semplici distorsioni estetiche, ma la risposta di Gino De Dominicis alla sua più grande ossessione: l’immortalità.
Per l'artista, l'essere umano così come lo conosciamo è solo una 'verifica di possibilità', un esperimento della natura che non esiste realmente finché resta schiavo della morte.
Il naso lungo e appuntito è l'elemento che rompe la perfezione della decadenza fisica; l’occhio singolo de-umanizza il soggetto per elevarlo a entità divina, aliena, fuori dal tempo.
Questo è un 'corpo immortale'.
In un mondo dominato dall'entropia, dove tutto muta e svanisce, De Dominicis usa l'arte come l'unico strumento capace di fermare il divenire.
Ma la potenza dell'arte, qui, va oltre la memoria. Non serve solo a riportarci all’originario o a farci intravedere quel tesoro nascosto che connette segretamente ogni cosa.
Per De Dominicis, l’arte è l’unica realtà possibile perché è l’unica cosa che non cambia mai. L’arte non porta all’eterno, ma è l’eterno.
Creando queste figure, l'artista non sta solo dipingendo: sta offrendo una 'soluzione fisica' all’esistenza, nella direzione dell’immortalità.
Le sue figure dai nasi lunghi e occhi singoli sono allora ‘modelli’ di come dovremmo essere: non sono ritratti di persone, ma corpi-opera, corpi sottratti al divenire e resi, per sempre, immutabili.
Se l'uomo riuscisse a trasformare la propria natura biologica in una natura ‘artistica’ (immutabile, iconica, mitica), questo in definitiva ci suggerisce l’artista, allora diventerebbe immortale come una statua sumera che sfida i millenni. Questo accadrà quando egli sarà in grado di fermare il tempo biologico e l'entropia, proprio come accade nell'opera d’arte.
25) Luigi Casanova, L’arte dell’incontro, 1960, olio su tavola
L'ultima opera che presentiamo, a chiusura della sezione Estetica e dell'intera mostra, è frutto del lavoro di Luigi Casanova: L'arte dell'incontro.
L’opera è parte della collezione privata fabbricapoggi.
In questo quadro, due donne sono intente a parlare, immerse nell'esperienza fondamentale della vita: la relazione.
Abbiamo scelto di congedarci con questa immagine perché racchiude meravigliosamente il senso profondo dell'arte: quello di metterci in connessione con ciò che davvero conta, creando un ponte verso quel qualcosa di originario a cui apparteniamo, quel tesoro nascosto che essa sola sa svelare.
Se per Tola e Boetti l'arte è la via che ci conduce al centro dell'universo, al suo principio e fondamento, e se per Pistoletto essa rivela l'ordine che sorregge il tutto, per Gino De Dominicis l'arte fa un passo ulteriore: ci indica la strada verso l’eterno e ci mette in relazione con esso. È qui che risiede la sua massima potenza: non solo mostrarci l'origine, ma farci abitare l'orizzonte ultimo, sottraendoci alla tirannia del tempo.
Quando tutto questo accade — quando cioè sentiamo quel legame indistruttibile con ciò che sta nel profondo e che è il principio di tutto, e troviamo una strada verso l'Essere — ecco che allora abitiamo la bellezza. Perché la bellezza non è un semplice canone estetico, ma l'esperienza viva e concreta di ciò che sta nel profondo, oltre le apparenze del mondo. È il momento in cui l'uomo, attraverso l'opera e l'incontro, smette di essere un passaggio effimero e riprende possesso di ciò che più propriamente gli appartiene, e cioè, cogliendo il suggerimento di De Dominicis, l'eternità stessa.
Congedo
La felicità possibile termina qui.
Attraverso le cinque tappe che avete visitato — Medicina, Etica, Politica, Teoretica ed Estetica — abbiamo provato a tracciare una possibile strada verso la felicità.
Per essere autenticamente felici, infatti, non basta sapersi prendere cura del proprio corpo e della propria mente. Occorre coltivare quelle virtù e quelle disposizioni di vita buona che ci rendono pieni; occorre dedicare un'attenzione particolare agli altri, prendendoci cura delle relazioni, tanto con i più vicini quanto con i più lontani, che vivono con noi e intorno a noi.
Serve, inoltre, saper abitare le grandi domande, mettendoci alla ricerca del senso della nostra vita e educando il pensiero alla ricerca della verità.
Infine, occorre saper fare esperienza di quella bellezza che altro non è, in definitiva, se non l'intima connessione con il tutto e con il suo fondamento.
Vi ringraziamo per aver scelto di visitare l’esposizione temporanea La felicità possibile.
